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Verso i “Rifiuti Zero”

I passi da compiere verso un mondo in cui i rifiuti siano un problema gestibile

08-06-2018 06:00

Verso i “Rifiuti Zero”

 

Può sembrare un’utopia ma è solo un  ritorno al passato. Chi s’è già messo di impegno, assicura che il passaggio dalla teoria alla pratica è alla portata. Lo stesso benessere rende più attenti all’inquinamento,  c’è infatti chi ipotizza  un mondo (quasi) totalmente senza inquinamento. Per l’esattezza: a rifiuti (quasi) zero. L’iniziativa è del movimento Zero Immondizia («Zero Waste»), attivo anche in Italia per  diffondere i passi da compiere verso un mondo in cui la presenza dei rifiuti sia un problema gestito.

La strategia «Rifiuti Zero» è stata adottata da più di 250 Comuni in Italia e uno dei più importanti è Napoli, che, afflitta negli anni dal problema dei rifiuti, sta cercando di risolverlo con questo lungimirante progetto. Nonostante il ritardo del capoluogo campano, la Regione Campania, sulla spinta di «Rifiuti Zero», ha superato nella raccolta differenziata molte altre regioni italiane, tra cui anche la Toscana.

Secondo la legge italiana, ogni Comune dovrebbe separare almeno il 65 per cento degli scarti prodotti dai suoi cittadini. La media nazionale, invece, s’attesta al 50 per cento. Il problema non sta tanto nella tecnologia, che ha i suoi limiti, quanto nell’organizzazione: tutti i rappresentanti di una comunità dovrebbero essere coinvolti per attuare una politica efficace.

Una spinta in questo senso la si potrebbe avere dalla raccolta porta a porta, per adesso attiva soltanto in centri di piccole dimensioni (o in singoli quartieri di città più grandi): con la divisione dei rifiuti in quattro contenitori, ritirati secondo un calendario settimanale prestabilito. Rifiuti che andrebbero poi (sempre) compostati e riciclati al fine di reinserirli nella filiera produttiva.

Un passaggio fondamentale: ridurre i rifiuti deve essere un obiettivo, riparare e riutilizzare un imperativo. Ancora oggi ci liberiamo infatti di beni durevoli per una questione di gusto, negando a questi una vita più lunga  (in larga parte e spesso) possibile, a cominciare dai veicoli. E riempiendo inceneritori e discariche.

L’obiettivo iniziale della Carta di Napoli, stilata nel 2009, era quello di raggiungere l’obiettivo zero entro il 2020. Una missione quasi impossibile, sia perché bisognerebbe differenziare e recuperare molte più categorie di prodotti, sia perché una quota di rifiuti non trattabili è inevitabile.

L’esempio lanciato da Alessio Ciacci, per sei anni assessore all’Ambiente del Comune di Capannori (Lucca), primo Comune italiano ad aver aderito alla strategia «Rifiuti Zero», può essere una buona base di partenza. «L’usa e getta è un concetto che va superato, come è stato il fumo nei locali pubblici», disse un paio di mesi fa in un’intervista pubblicata su «Il Manifesto». «L’eliminazione dei cassonetti stradali deve essere l’avvio di una rivoluzione culturale: la relazione con lo scarto non è più di abbandono, ma al contrario di cura. Con l’attivazione di sistemi di raccolta porta a porta si può creare un nuovo posto di lavoro ogni mille abitanti serviti. In più chiuderebbero i battenti la maggioranza degli impianti di smaltimento. Il fattore determinante è la volontà politica».

Chi oggi ha più di 60 anni ricorda un mondo dove “non esistevano” rifiuti sparsi nei campi, o supermercati pieni di involucri da gettare. Poiché gli involucri costavano, se ne usavano il meno possibile. Poiché le bottiglie erano di vetro, venivano tutte riciclate (il famoso “deposito”!). I cibi venivano comprati sempre “sfusi” e senza vaschette di polistirolo o fogli di plastica a incartarli. Poiché il grosso della popolazione era molto più povera, le case dei poveri (il 95% della popolazione) erano “vuote” rispetto a come le vediamo oggi, e buttare qualcosa era spesso oggetto di dibattiti, e lavori di manutenzione. Perché il primo modo per ridurre i rifiuti, prima ancora del riciclaggio, è non produrne.

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